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Studiare lavorando

Dopo anni di studio, quasi solo studio, aver smesso di punto in bianco fa uno strano effetto. Quando sei all’università, non vedi l’ora che tutta quella teoria smetta di accumularsi e speri che il lavoro ti porterà a completarla con altrettanta pratica.

Nel mio caso non è stato così. La pratica c’è, ovvio, ma si tratta di routine, meccanismo che si ripetono e che non variamo, crescita personale poca e una latente idea che il mio cervello non sia sfruttato. Forse sono capitata male, lavoro in un’agenzia piccola dove il tenersi aggiornato si fa sfogliano le riviste e soffermandosi cinque secondi sulle pubblicità altrui per commentarle. Ma tutto ciò mi sembra poco costruttivo. Non c’è l’idea, che secondo me sarebbe molto positiva, di dedicare una mattina al mese a qualche approfondimento, a vedere cosa fanno le grandi agenzie creative anche fuori dall’Italia. Non ci l’idea di crescere e migliorare, c’è solo l’idea di crescere in fatturato. O forse è la mia posizione, di operativa e non di creativa, a farmela sembrare così. Ma allora ho semplicemente sbagliato lavoro.

In compenso tento di compensare studiando le lingue, un jolly che spero di poter sfruttare nei prossimi lavori. Per il momento una, il francese, a cui dedicao i miei dopocena, con fatica e a volte noia (perchè no). Ma quando poi leggo un brano, faccio un esercizio e vedo che le cose “mi vengono” penso che il mio cervello non è ancora addormentato dalla routine. E spero che non succeda.

Studiare lavorando è faticoso, ma almeno a me dà soddisfazione. Mi dà l’idea di aver trovato un compromesso tra la tutta teoria dell’università e la tutta pratica del mio lavoro.

ponga



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